05/04/2012

Tempi duri per i troppo buoni

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“Tempi duri per i troppo buoni”. L’età media dell’uomo si è allungata. Ma non so se questo sia un fatto sempre positivo. Mi spiego. La società, pur essendo notevolmente di anziani, essendoci una crescita bassissima, non è pronta per i vecchi. Sì, quella dolce parola che esprime in pieno il suo significato. I vecchi. Quelli della canzone di Baglioni…. “I vecchi sulle panchine dei giardini succhiano fili d'aria a un vento di ricordi il segno del cappello sulle teste da pulcini i vecchi mezzi ciechi i vecchi mezzi sordi”.

I vecchi che arrancano sul bastone, qualche volta due, per raggiungere un negozio o la farmacia. I vecchi che guidano l’auto molto lentamente e vengono spaventati con colpi di clacson da chi va di fretta e magari deve commettere infrazioni al codice della strada. Non c’è più spazio per i vecchi. Via! La nostra società è intollerante. I vecchi che attraversano la strada solo quando non passa più nessuna macchina e dunque non c’è più pericolo di essere investiti. La società deve progredire. Deve andare avanti. “Si mangiano i sospiri e un po' di mele cotte. I vecchi senza un corpo i vecchi senza una carezza”. I vecchi con i loro acciacchi, le loro malattie, le loro pene, i loro affanni sono un intralcio. Spesso i figli non hanno il tempo di accudirli. Sono soli e la solitudine uccide.

“I vecchi anima bianca di calce in controluce occhi annacquati dalla pioggia della vita i vecchi soli come i pali della luce e dover vivere fino alla morte che fatica. I vecchi cuori di pezza un vecchio cane e una pena al guinzaglio confusi inciampano di tenerezza e brontolando se ne vanno via i vecchi invecchiano piano”. Non è possibile, non è giusto che una persona che è stata piena di vita, di energia, di iniziativa, di idee, viva solo per aspettare la morte, cosciente a volte di essere solo un impiccio per gli altri. Prima si viveva fino ad una certa età, poi subentrava il disfacimento del corpo che entrava in fase di dissoluzione. Ma era circondato dall’affetto dei suoi cari ed era la persona più importante della famiglia. Oggi, invece, grazie ai farmaci e ad una maggiore longevità si va oltre. Si arriva in un punto in cui il fisico, seppur malato, esiste ancora, ma la mente è già lontana, è già rivolta altrove. E allora, a chi giova questa vita più lunga? Ai vecchi? No di certo. Ai figli? Nemmeno. I vecchi. I vecchi. I vecchi.

“I vecchi povere stelle i vecchi povere patte sbottonate guance raspose arrossate di mal di cuore e di nostalgia i vecchi sempre tra i piedi chiusi in cucina se viene qualcuno i vecchi che non li vuole nessuno i vecchi da buttare via. I vecchi i vecchi.

C’è un tempo per ogni cosa. C’è un tempo per sognare. Un tempo per sperare. Un tempo per piangere. Un tempo per non avere più nemmeno le lacrime. Un tempo in cui non si ha più nulla ma non si ha più la forza per combattere. Spesso immagino possa accadere ciò che Salvatore Russo racconta nella poesia: “‘N paraviso”, conosciuta anche come “Lassamme fa a Dio”. Dio, vedendo tanti poveri, afflitti, malati, vecchi, fa scendere dal cielo, portato dagli angeli, un grande lenzuolo, vi fa salire tutti, ne fa “’na mappata” e li porta con sé in Paradiso per farli essere felici. Solo così i vecchi starebbero senz’altro meglio che in questo mondo frenetico, superficiale, egoista.

ELISA FIENGO 

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