AVVENTURE OLIMPICHE: CON WERNER JOHANNOWSKY, GLADIATORE DI BENEVENTO Cultura

Di là da venire la cultura della rissa, una volta c’era la ‘norma’. Non sempre rispettata, capitava che i toni andassero oltre, senza mai sfiorare la scorrettezza. Chi considera alieni quei tempi non sa che anche allora le questioni più delicate restavano riservate. Non per celebrare una ricorrenza ma per riflettere sui modi decorosi e concreti con cui le autorità pubbliche si aprivano al dialogo svelerò ‘segreti d’ufficio’ riguardanti una personalità autorevole che contribuì a diffondere nel mondo il nome di Benevento.

 Sono trascorsi esattamente quarant’anni anni da quando gli Amministratori della Provincia di Benevento mi invitarono a discutere di un ‘Premio’ da assegnare a personalità della cultura, dell’imprenditoria, dell’arte, dello sport, delle tante attività che onorano e fanno conoscere il Sannio. Affascinato da una scultura del sec. I d.C. densa di significati, custodita nel Museo del Sannio di cui ero Direttore, la proposi come simbolo del Premio denominandola Gladiatore di Benevento.

 L’atleta (chiamiamolo così) di ignota origine etnica ma ai suoi tempi riconoscibile dal volto scoperto, un vero e proprio ritratto, era stato senza dubbio un idolo nelle lotte tra gladiatori considerate ‘sport’ da migliaia di spettatori, donne comprese, nell’anfiteatro romano all’ingresso della Via Appia in città. Catturati nella Penisola Balcanica, nel Nord Europa e in Africa, i gladiatori avevano la possibilità di liberarsi dalla schiavitù se accumulavano vittorie. Altrimenti morivano circondati dal lutto, come attesta una commovente epigrafe nel Museo: il biondo Filemazio portato a Benevento da Colonia città della Germania, - “marito dolcissimo” scrisse la moglie Aura Aphrodite - fu ucciso durante il 15° combattimento”, mentre il bruno greco Purpurio ucciso all’11° fu pianto dai compagni di squadra perché non aveva famiglia.

 L’idea del Gladiatore di Benevento come simbolo del ‘Premio’ della Provincia mi è tornata in mente come una Olimpiade… personale guardando in televisione la recente cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali Cortina-Milano all’Arena di Verona. Tra sciatori pattinatori corridori canottieri e pensando a calciatori, pugili, ciclisti, avvertivo quella scultura pronta al mio fianco per un’avventura tra le più difficili della mia attività professionale. Il vero ‘gladiatore’ fu però il grande archeologo Werner Johannowsky per il suo sbalorditivo impegno nel far modificare una legge che aiutò Benevento. Come ricordarlo dato che dal 5 gennaio 2010 Werner non c’è più?

 Soprintendente Archeologico per le Province di Salerno Avellino Benevento dal 1976, entrò presto con me e con i miei collaboratori in un rapporto rispettosissimo. Basti dire che, quando veniva per studiare o fotografare qualche scultura esposta o conservata nei magazzini, raccomandava di non farsi annunciare, per non disturbarmi: seduto nella Sala di Ricezione, braccia e gambe incrociate, aspettava che mi accorgessi di lui e gli concedessi la mia autorizzazione. Collaboratori e studenti gli davano del ‘tu’, a situazioni formali era poco abituato. Aveva vari anni più di me, ma non fu facile entrare in confidenza. Sovrastato da urgenze d’ogni tipo, sempre in abbigliamento da archeologo praticante (FIG.3) mi diceva “Sono uomo di terra, non di mare, non so nuotare”. Un modo per difendersi dalla proposta del Ministero di prendersi cura del Parco Archeologico Sommerso di Baia in corso di progettazione nei Campi Flegrei.

 Ad occhi chiusi gli bastava toccare qualunque opera antica per comprenderne data e provenienza, tranne le monete metalliche greco-romane e longobarde che mi metteva in mano per capire come io le riconoscevo al tatto. A mia volta notavo che Werner si dedicava totalmente agli scavi archeologici perché non era sposato. Andavo nel suo ufficio a Salerno per chiedergli notizie di Santa Maria Capua Vetere (l’antica Capua) dove aveva lavorato, ma ormai operava in Irpinia a Carife, Flumeri, Mirabella, Grottaminarda, nomi che evitava di pronunciare per nascondere il suo difetto fonetico, il rotacismo della lettera r: aveva la ‘erre moscia’. Forse per questo, e per il fastidio di vestirsi in modo meno trasandato, rifiutava i miei inviti a cena. Solo un panino ogni tanto insieme, il tempo sufficiente per concentrarsi su quel che dicevo.

 La cordialità reciproca mi invogliò a discutere un’idea del tutto nuova, il prestito del Gladiatore di Benevento a un importantissimo evento lontano, una occasione da non perdere. Per ottenere la sua autorizzazione come Soprintendente spiegavo le difficoltà. Lui prometteva di trovare uno spiraglio per andare molto oltre i suoi poteri. Non era un tergiversare, tutt’altro.

 Correva l’anno 1986, erano in preparazione le Olimpiadi del 1988 a Seoul nella Corea del Sud. Da amici statunitensi avevo ricevuto notizia di una Mostra di opere d’arte antica con ‎prestiti da musei di ogni continente. Essendo poche le sculture riferibili ad attività sportive, il Comitato di Seoul voleva opere d’arte visiva di ogni tipo, pitture incisioni fotografie. Nessun prestito del genere era consentito in Italia dal tempo delle infinite discussioni sull’invio della Pietà di Michelangelo concessa dal Vaticano alla Esposizione Universale di New York (1964-1965). Per farmi prestare il Gladiatore di Benevento alla Mostra delle Olimpiadi di Seoul, Johannowsky doveva far eliminare i divieti, trovar modo di finanziarne il trasporto in sicurezza. Un sogno assurdo il mio.

 Assurdo? Andai a Salerno. Werner, assente in Soprintendenza e sugli scavi, era sparito in conflitto con se stesso e col Ministero della Cultura. Segreto d’ufficio. Non intendeva più occuparsi di pratiche amministrative, di collaboratori, di costruzioni abusive in aree archeologiche, di manutenzione di strutture antiche scoperte da secoli o di recente, a cominciare da Pompei, Paestum, Velia. Voleva scoprire l’ignoto, in Irpinia. Me lo disse al telefono, aggiungendo che aveva condiviso ‘a caro prezzo’ col nuovo Ministro della Cultura la mia idea di inviare il Gladiatore di Benevento a Seoul. Modifiche delle regole e finanziamento della spedizione della scultura erano in corso! Altro segreto d’ufficio.

 Infatti quel suo rapporto col Ministero fu un conflitto che lo costrinse ad accettare di chiudere nel 1986 la carriera di Soprintendente, per occuparsi di quel che non desiderava. Promosso al ruolo di Ispettore Centrale presso il Ministero dei Beni Culturali, fu Responsabile anche del Parco Sommerso di Baia. Docente di Archeologia Classica nell'Istituto Universitario Orientale di Napoli, restò lontano dagli amici che aveva nel cuore. Le ultime parole che mi regalò al telefono per confortarci insieme sembrarono uno scavo, non nel terreno ma nella burocrazia: “Il patrimonio di un museo non è un prigioniero in attesa di visite, le opere devono viaggiare, andare a incontrare il mondo”.

 Alla fine inviai il Gladiatore di Benevento a Seoul. Il Comitato Olimpico pubblicò la scultura nel volume Italia. Arte e Scienza nello Sport. Seoul 1988 (Edizioni Uniedit EfimServizi, Roma 1988).

Me ne fu donata una copia con il mio saggio siglato E.G. in basso, in lingua coreana tradotta in inglese e in… italiano.

A Benevento la gioia dopo l’ansia dell’attesa impedì la ricollocazione del Gladiatore nel Museo. L’Amministrazione Provinciale mi chiese di esporlo nel Palazzetto dello Sport, a breve distanza dallo Stadio del Benevento Calcio, nel Rione Libertà. Ma poi la scultura tornò al suo posto nel Museo.

Intanto il Premio IL GLADIATORE D’ORO era stato istituito. Mi fu conferito nel Teatro Romano, nel 2006.

ELIO GALASSO